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Digital divide: definizione del problema (Salvatore Colazzo)
 

 

1. Definizione del problema

Di digital divide si cominciò a parlare agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso in America, quando si pose il problema di come la diffusione delle nuove tecnologie, laddove non fosse stata governata, avrebbe rischiato di porre, in brevissimo tempo, problemi di esclusione sociale per alcune zone geografiche del paese, per talune categorie di soggetti. Fu così che l’amministrazione Clinton decise di intervenire per diffondere capillarmente e potenziare l’infrastruttura di Internet, contribuendo a creare le cosiddette “autostrade telematiche”, ad abbassare i costi di accesso, a rendere praticabile con facilità il collegamento al web. Anche grazie a quegli interventi Internet si impose sempre più come strumento di lavoro ed occasione di business[1].

Quando la nuova economia si estese a livello mondiale anche altri paesi compresero l’importanza dell’accesso alle nuove tecnologie e le problematiche connesse alla esclusione digitale. Internet, soprattutto nei paesi poveri, divenne la nuova incombente minaccia, capace di aggiungersi alle molte altre cause di gap e di mancato sviluppo. Ancora una volta emerge il peso della mancanza di una adeguata istruzione in quei paesi e della necessità di allargare i piani di alfabetizzazione in modo da comprendere anche l’utilizzo del mezzo informatico, nella consapevolezza tuttavia della necessità che vengano contestualmente risolti i problemi infrastrutturali a livello sociale, economico e politico. D’altro canto esiste una circolarità tra digital divide e ritardi strutturali, perché se è vero che senza por mano alle cause del mancato sviluppo dei paesi poveri del mondo è impossibile pensare superabile il digital divide, per altro verso senza una diffusione delle nuove tecnologie è difficile trovare il volano dello sviluppo, dacché l’economia mondiale tende a diventare sempre più affidata alle reti telematiche. Il mancato accesso alla rivoluzione digitale ha il significato di una marginalizzazione dai movimenti che caratterizzano l’economia mondiale e i processi di accumulazione ad essi connessi, con un aumento della forbice nella possibilità di utilizzo delle risorse a livello globale.

La rete Internet ha dato luogo ad un mondo che in parte è parallelo a quello “reale”, in parte ne costituisce un’estensione e uno strumento operativo. Internet è diventato un luogo strategico in cui i giochi di sempre hanno trovato un ulteriore terreno d’esplicazione[2]. Il digital divide è il processo di virtualizzazione delle discriminazioni e delle ingiustizie già esistenti nel mondo reale. Combattere il digital divide è impostare una lotta contro le discriminazioni e le ingiustizie di sempre, ad ampio spettro, ed è lotta questa – evidentemente – che non si combatte soltanto nella rete, ma nella società, nella cultura, nella politica. Non c’è possibilità di superare il gap telematico se non studiandosi di procurare  un complessivo avanzamento delle società che accusano il ritardo. Innescato il processo virtuoso, anche la tecnologia può svolgere il suo ruolo come elemento strategico di avanzamento e di sviluppo.

In questo senso il digital divide può reputarsi come un tema politico, strettamente ed indistricabilmente connesso con quello della progettazione e realizzazione delle infrastrutture della comunicazione e della costituzione di un sistema scolastico, fattore di co-sviluppo, capace di supportare i processi di crescita sociale.

Altrimenti si accede alla logica sostanzialmente colonialistica che pone il problema del superamento del digital divide con una diffusione capillare delle nuove tecnologie in realtà impreparate ad accoglierle e a veramente usarle come occasione emancipatrice. Si tratta piuttosto di contribuire a creare le condizioni culturali e scientifiche affinché la diffusione della tecnologia venga mediata dalla crescita di una comunità scientifica e accademica locale, che sappia innanzitutto profittare delle opportunità offerte dalle nuove tecnologie per sé e secondariamente trovare il modo di indurre il contesto locale ad implementare il nuovo, attraverso un’attività realmente educativa.

Il superamento del digital divide pertanto potrà avvenire soltanto attraverso un incremento del protagonismo culturale dei paesi interessati, i quali debbono trovare il modo, anche con gli aiuti internazionali, di dotarsi di una cultura diffusa sufficientemente elevata per accogliere le innovazioni.


[1] Cfr. Giulio Carcani, Cos’è il digital divide, in http://www.pluto.linux.it/journal/pj0207/Digital_Divide.html (ricerca del  07.11.2003). Per una puntuale definizione del termine: Oecd, all’indirizzo internet: http://www.oecd.org .

[2] Questa sensibilità a cogliere il senso strategico di ciò che accade nelle reti telematiche globali è – ci pare – ben colto da Jeremy Rifkin, il quale ne L’era dell’accesso: la rivoluzione della new economy  (trad. it. Mondadori, Milano, 2000) mostra i poderosi tentativi di domesticazione delle reti condotte dal capitale, che rapidamente si riorganizza per tamponare i poteri intrinsecamente eversivi del web e renderlo compatibile con le sue esigenze.

 
Pubblicato il 2004-06-03 in Pari Opportunità