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Digital divide e differenza di genere (Salvatore Colazzo)
 

2. Le differenze e il digital divide: la differenza di genere

La diffusione della rete ha fatto emergere una opportunità strategica nel momento in cui ha riterritorializzato il luogo degli scontri socio-culturali in atto: la possibilità di una valorizzazione del tutto inedita delle differenze, che trovano il modo, attraverso la rete di connettersi, mettersi in forma, di far valere i loro diritti ad esprimersi e contribuire a creare nuovi significati, contribuendo all’affermarsi di una cultura più ricca ed articolata. Parimenti le realtà locali hanno rinvenuto nella rete uno spazio per opporsi ai processi di omologazione indotti dalla globalizzazione, partecipando parimenti alle opportunità che la nuova era della comunicazione interattiva generalizzata offre. Il concetto di glocal esprime bene il nesso tra locale e globale che Giddens ha letto attraverso la nozione esplicativa di “stiramento”, capace di esprimere il concorso divergente delle forze attivamente resistenti delle culture locali e della spinta polarizzante delle forze della globalizzazione[1].

Il digital divide, che – abbiamo visto – riguarda sicuramente i paesi poveri, interessa anche le nazioni sviluppate, in quanto esso può aggravare situazioni di sperequazione nell’accesso alle risorse di fasce più o meno ampie di popolazione, tagliata fuori dalle innovazioni tecnologiche a causa dell’incidenza di fattori socio-economici e culturali.

Solo lavorando per il superamento del digital divide è possibile salvaguardare la differenza, evitando che diventi ragione di discriminazione e base d’ingiustizia sociale, dandole invece l’opportunità di partecipare originalmente ai movimenti della società in rete, con un rafforzamento dinamico e vitale della sua identità.

Del tema della differenza in questi ultimi decenni ha ampiamente dibattuto il pensiero femminile, il quale ha cercato di declinare il secolare (ormai) tema dell’emancipazione di genere con la salvaguardia di una specificità culturale di cui l’universo femminile è portatore.

E’ evidente che nel momento in cui s’affaccia la nozione di digital divide esso non può evitare di interrogarsi come agiscano le nuove tecnologie nelle dinamiche del confronto tra i generi. Il tema delle pari opportunità si trasferisce nel virtuale, il quale rischia di contribuire a sanzionare e rafforzare le disparità di genere, storicamente costituitesi e soltanto da qualche decennio aggredite da una coscienza femminile divenuta più avvertita e maggiormente desiderosa di partecipare alla pari alla vita sociale, rifiutando i ruoli dell’esercizio tradizionale dell’identità.

Alcuni dati mostrano l’instaurarsi di un digital divide che attraversa la distinzione di genere sin dalle prime fasi della rivoluzione digitale. Ricerche recenti confermano che nell’ambito della new economy le donne ricoprono ruoli meno importanti degli uomini: il rapporto tra uomini che svolgono funzioni manageriali e donne che svolgono le medesime funzioni è di circa 3:1[2],  il che significa che nella dot-economy esiste una divisione del lavoro su base sessuale. Il dato è tanto più preoccupante in quanto si verifica nei piani alti del sistema socio-culturale.

Un convegno promosso a Palermo dalla Fondazione Bellisario ha cercato di approfondire il tema della relazione digital divide - discriminazione di genere[3]. In quell’occasione il Centro Studi del Ministero per l’Innovazione e la Tecnologia diffuse un paper dal titolo La rete discrimina in base al genere? La situazione italiana. In esso vengono ripresi dei dati delle Nazioni Unite, i quali evidenziano chiaramente come nel nostro Paese il digital divide si innesti su un social divide. Il GEM (Gender Emopwerment Measure) un sistema di indicatori per misurare l’inserimento femminile nei settori chiave nei vari paesi del mondo, mostra come l’Italia si collochi assai in basso nella graduatoria, precisamente al trentaduesimo posto, sotto la Spagna, la Namibia e il Bostwana (per citare i paesi che immediatamente la precedono). La situazione non è in alcun modo paragonabile con quella dei Paesi scandinavi o della Germania, giusto per rimanere in Europa.

In Italia le donne hanno forti difficoltà ad inserirsi ai livelli più alti delle professioni, perciò esercitano una ridotta influenza sulle decisioni più importanti che riguardano la vita sociale (è il fenomeno del cosiddetto “soffitto di cristallo”).

L’utilizzo della rete è quantitativamente meno rilevante tra le donne. Dati dell’OCSE che riguardano la navigazione in Internet tra i professori rilevano che il computer è utilizzato per questo scopo dal 44% dei docenti di sesso maschile contro il 31% di quelli di sesso femminile.  Dati Censis, aggiornati a maggio 2003, mostrano come in Italia l’utilizzo di Internet riguardi soprattutto i laureati, gli studenti e gli occupati piuttosto che i diplomati e i disoccupati. Le casalinghe e i pensionati sono fanalini di coda. Solo l’8,3% delle casalinghe italiane utilizza Internet[4]. Gli stessi dati mostrano come l’interesse femminile per le opportunità della rete sia molto elevato, in quanto le  donne colgono il valore di risorsa che le nuove tecnologie hanno per rispondere alle loro esigenze. Le ICT promettono infatti una possibile conciliazione tra i tempi della vita e quelli del lavoro, grazie al telelavoro, il quale tuttavia presenta dei fattori di rischio, che derivano dall’isolamento ghettizzante a cui potrebbe dar luogo, rivelandosi come un boomerang per l’emancipazione femminile, sanzionando l’attuale social divide[5]. Le donne sono pure interessate a programmi di qualificazione e riqualificazione professionale incentrate sulle nuove tecnologie, in quanto giustamente esse considerano questa una via per assumere un ruolo attivo nell’azienda


[1] Cfr. A. Giddens, Fondamenti di sociologia, trad. it. Il Mulino, Bologna, 2000.

[2] Ci si rifà a dati rilevati negli USA dalla Nielsen/Netratings, che sono reperibili sul sito della stessa all’indirizzo:
 
http://www.nielsen-netrating.com

[3] Fondazione Bellisario, Innovazione, ricerca e tecnologia. I nuovi orizzonti per le donne, venerdì 11 luglio 2003.

[4] Un abstract del rapporto citato Cittadini digitali è rinvenibile in rete all’indirizzo http://www.censis.it/censis/ricerche/2003/citdig/index.html (ricerca del 07.11.2003).

[5] Cfr. Jan Van Dijk, Sociologia dei nuovi media, trad. it.  Il Mulino, Bologna, 2002, pp. 214-218.

 
Pubblicato il 2004-06-03 in Pari Opportunità