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Digital divide: che fare? (Salvatore Colazzo)
 

3. Digital divide: che fare?

Gli interventi, da quanto sinora abbiamo detto, sono a diversi livelli. Per quanto riguarda la scuola essa può fare molto, sotto molti rispetti. Può aiutare a diffondere una cultura informatica di base, presso le giovani generazioni, ma anche presso gli adulti, reintroducendoli nel sistema formativo, facendo con ciò della scuola un’istituzione al servizio della formazione lungo tutto l’arco della vita. Probabilmente, però, dovrà anche fare di più, dovrà aprirsi alla logica della multimedialità[1], diventando essa stessa elemento di quella metafora della “rete”, che va ormai – come bene ha spiegato Rifkin – a interessare tutti gli aspetti della vita sociale, imponendone una profonda ristrutturazione[2]. Dovrà diventare elemento di quella mente connessa in cui si è trasformata, per via dei nuovi media, la società[3], partecipando efficacemente a sviluppare la democrazia connettiva che appare come la forma più adeguata alle esigenze poste dalle attuali trasformazioni culturali in atto, contribuendo a creare dei cittadini dalla testa ben fatta, come auspica Edgar Morin[4].

Parimenti una capillare diffusione sul territorio nazionale di una rete pubblica di accesso ad Internet affidata a professionisti, capaci di fungere da mediatori della cultura digitale, può costituire un valido apporto ad una partecipazione più ampia e diffusa alle nuove tecnologie. Si tratta quindi di impostare un’azione sinergica capace di investire sia l’universo dell’educazione formale che quello dell’educazione non-formale[5]. Questo discorso si incontra con la necessità di favorire l’evoluzione delle istituzioni bibliotecarie, concepite generalmente come luoghi della conservazione del sapere, fino a farle diventare luoghi di promozione della cultura, che avvalendosi dell’ausilio delle nuove tecnologie, si mettono al servizio di una società, i cui bisogni appaiono orientati verso dimensioni post-materiali dell’esistenza[6].

Strategico appare puntare su figure professionali capaci di agire criticamente la cultura digitale, in modo da assicurare un effetto moltiplicatore di diffusione della conoscenza. Hanno da giocare in questo caso un ruolo determinante il sistema della formazione professionale, quello della istruzione post-secondaria, quello universitario. La diffusione di sistemi di formazione basati sul telestudio, secondo modelli pedagogico-didattici capaci di saldare efficacia degli interventi con l’avvertita esigenza d’un rinnovamento metodologico atto a favorire l’affermarsi di forme di apprendimento cooperativo, che risulta facilitato dall’utilizzo del computer, nonché di forme integrate di didattica che alternano opportunamente momenti in presenza con fasi di studio a distanza, promettono lo sviluppo di capacità metacognitive relative all’utilizzo, anche sofisticato, delle nuove tecnologie.

La grande quantità di informazioni presenti in rete rimanda alla necessità di uno sviluppo di strategie cognitive atte ad orientarsi tra di esse, di vagliarle adeguatamente e di utilizzarle intelligentemente. Appare indispensabile valorizzare attitudini professionali in grado di schedare, indicizzare e catalogare le informazioni, anche allo scopo di sviluppare nella rete luoghi opportunamente predisposti per una fruizione mediata delle risorse elettroniche. I prossimi anni dovranno vedere impegnate le istituzioni accademici e il sistema dell’istruzione professionale nella progettazione e realizzazione di curricoli in grado di favorire la formazione di figure che sappiamo assumere tali compiti mediativi: debbono essere vere e proprie interfacce tra un’utenza sempre più disorientata dalla ricchezza informativa messa a disposizione dai dispositivi elettronici di conservazione della memoria e una società sempre più bisognosa di cittadini attivamente impegnati nella costruzione di significati condivisi, per dar senso ad un agire, che altrimenti scoprirebbe la desolazione della più totale dispersione valoriale e dissipazione comunicativa.

Il tema della diffusione delle nuove tecnologie incontra inevitabilmente quello della promozione della cittadinanza attiva, ed i formatori debbono assumersi le responsabilità che ad essi competono di favorire la partecipazione di tutti alla informazione ed alla comunicazione, per dare piena sostanza alla democrazia, che è tale solo se trasparente e partecipata. Una formazione universitaria capace di dotarli degli strumenti per intervenire sul digital divide può contribuire a rendere il nostro mondo un più coeso e più giusto, sfruttando della connettività digitale il potere di integrazione e di liberazione delle umane creative energie che possiede.

Le tecnologie digitali hanno un potenziale che può essere di inclusione o di esclusione, possono offrire opportunità allo sviluppo, ma possono anche acuire le distanze sociali oggi esistenti. Dipende anche dai luoghi e dai modi della formazione far pendere la bilancia da una parte piuttosto che dall’altra. L’educazione ancora una volta si manifesta come dimensione critica dello sviluppo: essa dovrà mettere in grado l’intera società di assimilare ed utilizzare informazioni complesse per muoversi agevolmente nell’universo della comunicazione telematica.

Il mondo scolastico e l’universo accademico hanno in questi anni elaborato la prassi ed il concetto dell’autonomia delle istituzioni deputate alla formazione. Tale impegnativa nozione nasce dalla esigenza di valorizzare la diversità, assumendola come risorsa e non invece come limiti, si configura pertanto come una vera e propria riflessione sulle strategie idonee a salvaguardare insieme la dimensione (differente) delle scelte organizzativo-didattiche locali con l’esigenza di salvaguare l’unità culturale del nostro sistema formativo. Una scuola dell’autonomia è quindi una scuola in grado di accedere, proprio perché ha una spiccata sensibilità al tema della differenza, ad una elaborazione di un concetto di cittadinanza che comprende come irrisolti problemi quali il digital divide possono costituire un detrimento di senso al progetto di una società pienamente libera ed autenticamente solidale. Non ha intenzione panpedagogiche, perciò non pensa di essere l’unico agente del cambiamento degli atteggiamenti culturali diffusi, al contrario sa pensarsi in continuità con la società e perciò è consapevole di quale ruolo abbia nel determinare, nell’ambito di definite comunità, l’evolversi di comportamenti e il maturare di un civismo più avanzato. Vicina alle persone ed ai loro bisogni, può – perdendo definitivamente la sua natura di corpo separato – essere l’espressione del desiderio di cambiamento della comunità entro cui è iscritta e della quale è espressione. Se la scuola si sposa con le rinate esigenze di partecipazione e di protagonismo che l’attuale fase di sviluppo della società induce quale portato dei processi di globalizzazione - che, se per un verso spingono ad una maggiore e più profonda integrazione dei mercati e delle culture, per un altro verso recano con sé il desiderio di riscatto del “locale”, portato ad interrogarsi sulla sua identità[7] -, allora essa può proporsi come importante fattore di integrazione socio-politica.

Essa può a pieno titolo iscriversi nella definizione, elaborazione e circolazione dei sistemi sociali di significato per contribuire a migliorare la qualità delle relazioni umane. Consapevole del rischio che si corre nell’operare delle scelte valoriali, che possono farle assumere il carattere di istituzione al servizio della riproduzione sociale, la scuola tuttavia non si esime dalla necessità di offrire ai giovani la possibilità di costruire un’identità (congrua certamente alle esigenze della postmodernità, quindi flessibile ed aperta) attraverso la quale dar senso alla propria esperienza umana e alla loro partecipazione al sistema delle relazioni che costituiscono la società.

E’ attraverso la scuola che il soggetto impara a farsi carico delle responsabilità connesse alla convivenza. Il digital divide, ad esempio, è un problema di equità sociale, e della consapevolezza di esso è la scuola che deve anche sapersi far carico, offrendo delle risposte valide nell’ambito della sua costituzione istituzionale, cioè pensandolo dentro la specificità del suo essere. Mettendo in atto tutto quanto è nel suo potere per far fronte ad una questione che, ove risolta, darebbe un senso più pieno alla democratica partecipazione alle opportunità offerte dal presente, la scuola si pone il problema della promozione di una cittadinanza attiva, fondata su un’identità capace di porsi il problema dell’altro, corrispondendo agli annessi bisogni di una piena esplicazione delle sue potenzialità.

Così concepita la scuola, evidentemente, legge le dinamiche formative (e non mi sembra che possa fare diversamente) dentro un impianto etico-sociale volto a dare all’esperienza scolastica uno spessore civico (politico, verrebbe da dire, se questa parola non dovesse suscitare forme di ripulsa allarmistiche), capace di qualificarla come istituzione in continuità con la società, rispetto alla quale si assume un compito dinamizzante ed orientante.



[1] Abbiamo argomentato di quale pressione induca l’attuale mutato paradigma culturale sulla scuola, che è chiamata a rispondere ad esso attraverso un suo profondo ripensamento in S. Colazzo, Didattica multimediale. Gioco, interdisciplinarità, creatività, Amaltea, Castrignano de’ Greci, 2001.

[2] Cfr. Jeremy Rifkin, Economia all’idrogeno. La prossima grande rivoluzione, trad. it. Mondadori, Milano, 2002.

[3] Cfr. Derrick De Kerckhove, Brainframes. Mente, tecnologia, mercato, trad. it Baskerville, Bologna, 1993.

[4] Cfr. Edgar Morin, La testa ben fatta. Riforma dell’insegnamento e riforma del pensiero, trad. it Raffaello Cortina,  Milano, 2000. Ma anche: Dario IanesLuigi Tuffanelli, Formare una testa ben fatta. Edgar Morin entra in classe: giochi di ruolo e didattica per problemi, Centro Studi Erickson, Trento, 2003.

[5] Nel ricorrere alle nozioni di educazione formale ed educazione non formale ci rifacciamo all’attuale dibattito in corso nel mondo pedagogico, ben testimoniato dal IV Congresso Scientifico Nazionale della SIRD “La ricerca didattica nei contesti formali, non formali ed informali”, Gallipoli, 19-20-21 settembre 2002.

[6] Nella comunità dei bibliotecari italiani è in atto un interessante dibattito, che è possibile seguire sull’organo ufficiale della loro associazione (Notiziario AIB), in merito alle sollecitazioni della società dell’informazioni sulla necessità di un profondo ripensamento del senso della biblioteca e della funzione del bibliotecario.

[7] Cfr. A. Giddens,  cit.

 
Pubblicato il 2004-06-03 in Pari Opportunità